Progettazione Fluviale

Cap 1 - Elementi di ecologia fluviale

1.1 - L’ambiente fluviale come insieme di sistemi depuranti

La sostanza organica che raggiunge un corso d’acqua, sia essa di origine naturale (foglie, escrementi e spoglie animali) o antropica (liquami fognari), viene demolita da microrganismi (batteri, funghi) e i prodotti della mineralizzazione vengono riciclati dai vegetali (principalmente microalghe). Le multiformi comunità microscopiche (batteri, funghi, ciliati, microalghe, amebe, rotiferi, nematodi, gastrotrichi, tardigradi, ecc.) che, nell’insieme, formano quella sottile pellicola biologica scivolosa al tatto (perifiton) che riveste i ciottoli fluviali, rappresentano il primo sistema depurante dei corsi d’acqua. Questo silenzioso, ma efficiente, depuratore naturale supporta fisicamente e biologicamente un secondo sistema depurante rappresentato dai macroinvertebrati (crostacei, molluschi, vermi, larve di vari ordini di insetti) che funge da acceleratore e regolatore del processo. Le specializzazioni alimentari dei macroinvertebrati sono innumerevoli: macro e microfiltratori, trituratori di materiale grossolano o minuto, sedimentato o sospeso, erbivori brucatori e succhiatori, raschiatori di perifiton, microspazzolatori della superficie dell’acqua, predatori di ogni tipo, parassiti, detritivori, limivori. Anche le specializzazioni e gli adattamenti (anatomici, fisiologici e comportamentali) a particolari microambienti sono innumerevoli, consentendo così ai macroinvertebrati l’occupazione e lo sfruttamento di tutte le nicchie disponibili nel corso d’acqua. Gli adattamenti e le specializzazioni non sono altro, in fin dei conti, che un modo di assicurarsi il pane quotidiano grazie ad una particolare abilità a procurarsi un ben determinato tipo di cibo in(scarichi umani compresi) e rende la comunità in grado di rispondere in maniera flessibile alle variazioni stagionali o antropiche del carico organico. I macroinvertebrati che si nutrono di batteri ne “ringiovaniscono” le popolazioni mantenendole così in uno stato di elevata attività; inoltre i macroinvertebrati, sminuzzando i detriti organici grossolani in particelle minute, ne aumentano grandemente la superficie, potenziando così l’attacco da parte dei batteri; a loro volta i frammenti organici parzialmente “trattati” dai batteri risultano più appetibili ai macroinvertebrati. In altre parole, l’efficienza di ciascun sistema depurante viene potenziata dall’efficienza dell’altro; inversamente, il danneggiamento di un sistema depurante si ripercuote negativamente anche sull’efficienza dell’altro.
Un ulteriore contributo alla rimozione di biomassa è fornito dai vertebrati, compresi quelli terrestri, che si nutrono dei macroinvertebrati acquatici: pesci, anfibi, rettili, uccelli, mammiferi. Questi organismi, nel loro insieme, possono essere considerati il terzo grande sistema depurante dell’ambiente fluviale. L’efficienza dei tre sistemi depuranti è, a sua volta, condizionata dall’integrità dell’ambiente terrestre circostante, in particolare delle fasce di vegetazione riparia. Questo quarto sistema, oltre a creare un ambiente favorevole agli organismi microscopici, ai macroinvertebrati e ai vertebrati, svolge una duplice funzione depurante diretta, agendo da filtro meccanico e da filtro biologico. La vegetazione riparia, infatti, intercetta le acque di dilavamento dei versanti e ne rallenta lavelocità inducendo la sedimentazione del carico solido e degli inquinanti ad esso legati. A questa azione di chiarificazione delle acque che contribuisce alla limpidezza dei fiumi e ad impedire il colmamento degli interstizi tra i ciottoli (microambienti di primaria importanza per i primi tre sistemi depuranti) si accompagna un ruolo protettivo nei confronti dell’eutrofizzazione fluviale per la rimozione del fosforo (legato alle particelle argillose sedimentate) e dell’azoto (assorbito dalle piante e denitrificato dai batteri associati allo strato radicale).
Un aspetto essenziale da mettere in rilievo, per la comprensione del processo depurante, è il bilancio di massa di ogni livello trofico. In ogni passaggio della catena alimentare viene infatti conservato circa il 10% della biomassa, mentre il restante 90% viene consumato con produzione di anidride carbonica e calore. Nelle lunghe catene alimentari che caratterizzano gli ecosistemi naturali la sostanza organica (immessa ad esempio da uno scarico) viene così ridotta progressivamente di 10, 100, 1000 volte e così via. L’autodepurazione è quindi un processo attivo, da non confondere assolutamente con la diluizione passiva degli inquinanti.
Volendo fornire una visione di sintesi del funzionamento sinergico dei quattro sistemi depuranti, potremmo immaginare il fiume come un dispositivo miracoloso che, sebbene riceva continuamente rifiuti (escrementi e spoglie animali, frammenti vegetali, scarichi antropici), riesce a mantenere limpide e pulite le sue acque trasformandoli in quella varietà di organismi acquatici e terrestri (libellule, perle, effimere, molluschi, gamberetti, pesci, anfibi, uccelli, mammiferi, ecc.) che rende così affascinanti gli ambienti fluviali. Non è superfluo sottolineare che questa immagine non è una rappresentazione poetica o fantasiosa della realtà, ma è proprio la realtà (fig. 2). Nell’esecuzione dei lavori fluviali occorre dunque prestare la massima attenzione a non arrecare danni a questo meraviglioso quanto utile dono della natura.

1.2 - I fiumi come successione di ecosistemi interconnessi
(River Continuum Concept)

Un corso d’acqua può essere considerato una successione di ecosistemi che sfumano gradualmente l’uno nell’altro e sono interconnessi con gli ecosistemi terrestri circostanti: dalla sorgente alla foce variano i parametri fisici (temperatura, illuminazione, pendenza, velocità della corrente, granulometria del substrato, nutrienti, sostanza organica, gas disciolti, salinità, trasparenza, ecc.) e, in relazione ad essi, i popolamenti biologici.
Il River Continuum Concept propone una visione unificante dell’ecologia fluviale che richiama l’attenzione sulla stretta dipendenza della struttura e delle funzioni delle comunità biologiche dalle condizioni geomorfologiche ed idrauliche medie del sistema fisico (VANNOTE et al., 1980; MINSHALL et al., 1985; STATZNER et HIGLER, 1985).
Nei corsi d’acqua montani (1°-3° ordine) le comunità biologiche acquatiche sono sostenute dalle grandi quantità di detrito organico (foglie, rami) fornite dalla vegetazione riparia mentre l’ombreggiamento di quest’ultima riduce lo sviluppo dei produttori fotosintetici (es. alghe). Il metabolismo fluviale è eterotrofico (sostenuto dagli apporti organici terrestri) e la struttura della comunità è dominata dai trituratori e dai collettori mentre i pascolatori sono poco rappresentati, riflettendo la limitata disponibilità delle loro risorse alimentari (alghe, muschi, idrofite vascolari) (fig. 3).
Procedendo verso valle, nei fiumi di media grandezza (4°-6° ordine) la riduzione della superficie ombreggiata e il onseguente aumento della fotosintesi inducono il passaggio ad un metabolismo fluviale autotrofico (sostenuto dalla produzione organica acquatica) rendendo le comunità acquatiche energeticamente autosufficienti rispetto agli apporti terrestri che, tuttavia, ontinuano ad essere utilizzati; aumentano i pascolatori a scapito dei trituratori, mentre i collettori continuano ad abbondare sfruttando il particolato organico fine prodotto dai trituratori nei rami montani.
Nei grandi fiumi (di ordine superiore al 6°) l’ombreggiamento diviene trascurabile, ma la fotosintesi è generalmente limitata dalla torbidità delle acque: le condizioni ritornano eterotrofiche e la comunità –sostenuta da grandi quantità di materia organica particolata fine proveniente in gran parte dai tratti superiori– diviene nettamente dominata dai collettori.
La tendenza a mantenere costante il flusso di energia su base annua, nonostante le variazioni stagionali degli apporti dei principali substrati organici (detrito vegetale in autunno-inverno e organismi fotosintetici in primavera-estate), è ottenuta accoppiando ad esse una serie di accorgimenti regolativi: sequenza temporale sincronizzata nell’arco dell’anno di sostituzioni di specie e di specializzazioni alimentari, variazioni temporali dei gruppi funzionali e dei processi di immagazzinamento (ritenzione fisica del detrito organico e produzione di nuova biomassa) e di perdita di energia (trasporto verso valle e respirazione).
A differenza dei sistemi dotati di una struttura fisica poco variabile nel tempo (es. alcune foreste), nei quali la stabilità dell’ecosistema può essere mantenuta anche con una bassa diversità biologica, negli ecosistemi fluviali –caratterizzati da marcate variazioni fisiche, soprattutto di portata– il mantenimento della stabilità richiede una elevata diversità biologica che, come si vedrà, è condizionata dalla presenza di una elevata diversità ambientale.
La concezione del continuum fluviale mette in evidenza come le comunità acquatiche e il metabolismo fluviale siano condizionate non solo dalle condizioni locali, ma anche dai processi che si verificano nei tratti a monte. Nella progettazione
dei lavori fluviali è dunque importante rispettare al massimo la diversità ambientale per evitare la rottura della stabilità dell’ecosistema locale e le sue ripercussioni sui tratti situati più a valle.

1.3 - La spiralizzazione dei nutrienti (Nutrient Spiralling)

A differenza di quanto avviene nei classici ecosistemi chiusi (es. stagno, foresta), nei corsi d’acqua la mineralizzazione e il continuo riciclo della materia organica non avvengono sul posto, ma durante il loro trasporto ad opera della corrente: è come se la serie di cicli che si succedono nel tempo venisse “stirata” nello spazio a formare una spirale. L’accoppiamento tra ciclizzazione e trasporto –la “spiralizzazione dei nutrienti”– viene rappresentata infatti con una spirale di diametro tanto più stretto quanto più elevata è l’attività biologica (più veloce il riciclo) e con spire tanto più ravvicinate tra loro quanto più elevata è la capacità di ritenzione del sistema (più ridotto il trasporto) (fig. 4: MINSHALL et al., 1983).
L’entità del trasporto non dipende solo dalla velocità della corrente, ma anche dalla presenza ed efficienza di dispositivi di ritenzione fisici (massi, tronchi incastrati) e biologici (es. organismi collettori-filtratori e collettori-raccoglitori) della materia organica. In un test interbioma, ad esempio, i corsi d’acqua di 1°-3° ordine, nonostante la maggiore velocità di corrente, hanno mostrato una ritenzione più elevata dei fiumi di 5°-7° ordine; ciò sottolinea l’importanza della presenza in alveo di grossi massi e dell’eterogeneità del substrato.
Le tradizionali modalità esecutive di molti lavori fluviali rendono il substrato più uniforme riducendo sia i dispositivi di ritenzione sia l’attività biologica e trasformando così ambienti conservativi in ambienti esportatori. In altre parole, la semplice alterazione fisica del substrato (ad es. lo spianamento dell’alveo) riduce il fiume ad un trasportatore passivo del carico organico, con una secca perdita del potere depurante, un deterioramento della qualità delle acque, una marcata instabilità ecosistemica e una elevata vulnerabilità all’immissione di carichi organici aggiuntivi.

1.4 - Il collegamento funzionale tra il fiume e il suo territorio

Una notevole mole di ricerche ecologiche ha messo in luce come la qualità e le dinamiche fluviali siano condizionate in larga misura dalle condizioni del territorio circostante, sia dalle adiacenti fasce di vegetazione riparia sia dall’intero bacino e, in particolare dal suo grado di copertura forestale. Negli ambienti fluviali naturali la transizione tra l’ambiente acquatico e quello terrestre non è confinata ad una ristretta fascia di vegetazione riparia, ma si estende attraverso un’ampia fascia ecotonale costellata di deboli rilievi e bassure e di una vasta gamma tipologica di zone umide: alvei secondari interessati da un debole deflusso; meandri abbandonati collegati al fiume solo ad una estremità; oppure disgiunti, ma comunicanti con esso in occasione delle piene; stagni, acquitrini, paludi, aree inondabili, boschi igrofili. L’insieme degli ecotoni ripari costituisce un mosaico di straordinaria importanza ecologica polifunzionale: fasce tampone per i nutrienti; aree di riproduzione e svezzamento per l’ittiofauna; rifugio per la fauna selvatica; rotte di transito per gli uccelli migratori ed altri animali; regolazione idrogeologica; elevata diversità biologica; ricco pool genetico per la microevoluzione; regolatori e stabilizzatori del paesaggio e del clima; aree essenziali per anfibi, rettili, uccelli e alcuni mammiferi; ripari per pesci durante le piene; corridoi di collegamento tra diversi ecosistemi. I corsi d’acqua dunque sono una successione di ecosistemi “aperti” (dotati cioè di importanti interconnessioni trofiche, flussi di materia ed energia) non solo in senso longitudinale, ma anche lateralmente; in essi le fasce di vegetazione riparia esplicano un ruolo talmente importante da divenire inscindibili dal fiume in senso stretto (fig. 5); per questi motivi, anche se per brevità si continua a parlare di fiumi, bisognerebbe sempre parlare di ambienti fluviali.

Questo approccio culturale pluridimensionale rende più intuitiva la comprensione della vulnerabilità dell’intero ecosistema all’interposizione di barriere che ne interrompano la continuità in ciascuna delle direzioni spaziali: longitudinale (es. dighe, briglie), laterale (es. arginature, difese spondali), verticale (es. plateazioni) (BOON, 1992).
A queste dimensioni si aggiunge quella temporale: considerato che la morfologia dell’alveo può variare su lunghi periodi di tempo (fig. 7) e che le ripercussioni sull’ecosistema fluviale di alcune modifiche ambientali –pur essendo molto rilevanti– possono non manifestarsi per diversi decenni, la gestione fluviale deve essere pianificata in una prospettiva di lungo termine. Tanto per fare un esempio, se gli apporti organici al fiume possono essere garantiti anche da vegetazione arbustiva e non richiedono necessariamente la presenza di alberi d’alto fusto, a lungo termine questi ultimi sono indispensabili alla conservazione dinamica dell’ecosistema fluviale in quanto, cadendo in alveo, esplicano una azione morfogenetica molto rilevante (l’ostacolo locale alla corrente induce deviazioni del tracciato e diversifica il substrato) ed autocatalitica (favorisce l’abbattimento di altri alberi). Di qui l'importanza di non rimuovere, soprattutto nei tratti montani, gli alberi pericolanti e i tronchi caduti in alveo (salvo casi localizzati di effettivo pericolo per icentri abitati) (PETERSEN 1987)
A causa della localizzazione inopportuna di molti centri abitati, della imprudente realizzzazione di strozzature idrauliche (es:ponti stretti) e di altre forme di cattiva gestione dei fiumi, oggi la loro gestione ecologicamente corretta entra spesso in conflitto con la realtà ed occorre perciò trovare soluzioni di compromesso.
Una soluzione ragionevole per l’annoso e controverso problema degli alberi pericolanti è quella di procedere al loro abbattimento, lasciandoli però in loco dopo averli sezionati in spezzoni di dimensioni tali da non rappresentare più un pericolo idraulico. Non va dimenticato che anche tronchi marcescenti sono veri e propri ecosistemi in miniatura che forniscono cibo e rifugio a molte specie e nei quali si instaurano comunità specializzate e reti trofiche. La vegetazione arbustiva, invece, va sempre mantenuta.

1.5 - L’importanza della diversità ambientale

Lo studio ecologico dei fiumi –sistemi interattivi per eccellenza– incorpora livelli di risoluzione spaziale annidati: microhabitat, sequenza buca-raschio, tratto fluviale, segmento vallivo, bacino, ciascuno dei quali è caratterizzato da proprie forme e processi e richiede quindi una specifica analisi ecologica. Dal punto di vista delle ricadute pratiche emerge prepotentemente l’importanza di alcune componenti ambientali (in particolare eterogeneità del substrato, sequenze buche-raschi, sinuosità del tracciato, vegetazione riparia, ecotoni acquatici/terrestri), riconducibili al principio unificante della diversità ambientale, riproposto a diverse scale spaziali. Alla scala minore –a livello del microhabitat – la diversità ambientale è rappresentata soprattutto dalla eterogeneità del substrato, densamente popolato da una grande varietà di macroinvertebrati.
Poiché ciascuna specie presenta un optimum e un proprio intervallo di tolleranza delle condizioni ambientali (legato alle esigenze fisiologiche, agli adattamenti morfologici e comportamentali, alle modalità di procacciamento del cibo, alle strategie riproduttive, ecc.) quanto maggiore è l’eterogeneità del substrato, tanto maggiore sarà il numero di specie che possono convivere nell’ambiente. L’elevata diversità biologica, a sua volta, è garanzia di una più pronta ed efficace risposta alle variazioni temporali del carico organico, di una migliore efficienza depurante, di una maggiore stabilità del sistema. L’importanza dell’eterogeneità del substrato è mostrata anche dal fatto che in diverse situazioni la distribuzione dei macroinvertebrati e la qualità biologica sono correlate più alle caratteristiche del substrato che alla qualità dell’acqua (RUGGIERO et MERCHANT, 1979; SANSONI, 1987).
Il principio “diversità ambientale -> diversità biologica -> qualità ambientale complessiva” è stato proposto come chiave interpretativa per la previsione dell’impatto biologico delle opere di artificializzazione, che sarebbe sostanzialmente legato al grado di uniformità introdotto nell’ambiente fluviale (SANSONI, 1990, 1991).
Alla scala immediatamente superiore, la diversità ambientale è espressa dalla sequenza buche-raschi, oltreché dalla sinuosità del tracciato e dalla presenza di barre di meandro, di rive dolcemente digradanti, di ostacoli locali alla corrente (grossi massi, rami incastrati sul fondo), di vegetazione sommersa e di radici sommerse di alberi ripari (fig. 8).

A questo livello la diversità ambientale riveste una particolare importanza per l’ittiofauna. Ciascuna specie ittica, infatti, trascorre la sua esistenza trasferendosi dall’uno all’altro di questi ambienti per compiere le proprie attività vitali (sosta, rifugio, esplorazione, alimentazione, riproduzione): in linea di massima, le buche e i ricoveri sono utilizzati come area di sosta e rifugio e i raschi per l’alimentazione, mentre le aree di transizione tra buche e raschi forniscono un eccellente habitat per l’ovodeposizione. Tra i principali fattori abiotici che condizionano l’idoneità ambientale per i pesci vi sono la disponibilità di adeguati ripari, buche e raschi, le fluttuazioni della portata, della velocità della corrente e della temperatura (che oltre all’influenza diretta sul contenuto in ossigeno disciolto, ne esercita una indiretta, sul suo consumo metabolico) (HYNES, 1970; FRASER, 1975; MIL-NER, 1984).
Ciascuna attività richiede una data combinazione di parametri ambientali (profondità, velocità della corrente, substrato, ecc.), compresi entro determinati intervalli di tolleranza. Ne consegue, ad esempio, che un lungo tratto canalizzato avente le caratteristiche di raschio, nonostante l’abbondante disponibilità di cibo (nei raschi si trova la massima densità di macroinvertebrati), risulta inidoneo ad altre attività vitali dei pesci e, quindi, inadatto ad essi. Va sottolineato che le esigenze ambientali per ciascuna attività differiscono da una specie ittica all’altra e, all’interno di ciascuna specie, tra i vari stadi di sviluppo. L’ambiente ideale per i pesci è dunque quello caratterizzato da una elevata diversità, in grado di fornire, in un tratto di alveo non eccessivamente esteso, l’intero mosaico di ambienti necessari alle varie specie ittiche e, per ciascuna di esse, agli individui delle varie classi di età. Buche di adeguata profondità sono essenziali per la sopravvivenza dei pesci nei periodi di basse portate in cui i raschi restano quasi asciutti (CÔTÉ, 1970). Particolare importanza, data la grande diffusione del comportamento territoriale nei pesci, riveste la presenza di ricoveri e di ripari in alveo o sottosponda (grossi massi, rami incastrati sul fondo, sponde sottoescavate, radici arboree sommerse). Ogni individuo, infatti, trascorre la maggior parte del suo tempo in un habitat-rifugio circoscritto, che occupa e difende con decisione dagli intrusi. L’abbondanza di rifugi, strettamente legata alla diversità ambientale, condiziona perciò direttamente –ancor più delle disponibilità alimentari– l’abbondanza del popolamento ittico. Oltre a fornire protezione dalla predazione, i ripari forniscono ai pesci un ambiente relativamente calmo, che consente di superare i periodi di elevate portate. Ciò spiega, tra l’altro, il fallimento di alcuni ripopolamenti in tratti artificializzati, incapaci di fornire habitat-rifugio agli esemplari introdotti: gli individui privi di ripari sono infatti costretti a vivere costantemente in piena corrente, con un dispendio energetico ed un accumulo di acido lattico che possono risultare incompatibili con la sopravvivenza. La lentezza di metabolizzazione dell’acido lattico nei pesci è all’origine di alcune morie ittiche conseguenti ad una piena; simili morie possono manifestarsi differite anche di alcuni giorni. Le onnipresenti irregolarità della morfologia fluviale e la loro mutevolezza spaziale e temporale non vanno dunque considerate fattori di “disordine idraulico” o indisponenti deviazioni da un ipotetico “modello ideale” di corso d’acqua (con profilo longitudinale regolare e sezione di forma geometrica). Il modello ideale di fiume è quello “inventato” dalla natura: in esso la forma geometrica, l’ordine, la regolarità sono eccezioni rarissime, quasi impensabili. Proprio a quel “disordine idraulico” (più propriamente a quella “diversità ambientale”) le scienze ecologiche attribuiscono una straordinaria importanza per la funzionalità degli ecosistemi fluviali. La rivalutazione dell’importanza ecologica della diversità ambientale e delle fasce di vegetazione riparia si riflette nel campo applicativo con alcuni metodi pratici di valutazione della qualità ambientale complessiva. L’Extended Biotic Index (E.B.I.) –basato sullo studio delle comunità di macroinvertebrati bentonici e sensibile soprattutto alla qualità dell’acqua e all’eterogeneità del substrato– è applicato da anni in Europa (WOODIWISS, 1978; GHETTI, 1995) e si è ormai consolidato come strumento principe di valutazione della qualità biologica delle acque correnti. Ad esso si sta affiancando negli ultimi anni il Riparian Channel Environmental Inventory (RCE), un metodo complementare di valutazione della qualità complessiva dell’ambiente fluviale centrato esplicitamente sulla rilevazione di elementi morfologici (oltreché biologici) di rilievo ecologico: presenza, ampiezza, continuità, tipo e grado di copertura vegetale delle zone riparie; uso del territorio circostante; stabilità delle rive; erosione; strutture di ritenzione del detrito organico; granulometria del substrato; sinuosità, buche e raschi; tipo, quantità e qualità del perifiton; organismi acquatici (PETERSEN,- 1992).

1.6 - I corsi d'acqua come corridoi ecologici

L’ecologia del paesaggio (landscape ecology) ha messo in evidenza come il degrado della natura non derivi solo da una riduzione quantitativa delle aree naturali, ma anche dalla loro frammentazione in “isole” di ridotta estensione, non collegate tra loro ed immerse in una matrice territoriale più o meno fortemente artificializzata ed ostile agli spostamenti delle specie.
Per superare i limiti delle politiche di conservazione della natura basate sulla sola istituzione di isole di naturalità (parchi e riserve) è necessario liberare queste ultime dall’isolamento realizzando reti ecologiche che garantiscano la “libera circolazione” delle specie (MALCEVSCHI et al., 1996). Un problema particolarmente diffuso, derivante da una antropizzazione del territorio non supportata da criteri ecologici di programmazione, è quello connesso alle vie di comunicazione (strade, autostrade, ferrovie) che, comportandosi da barriera più o meno insuperabile per molte specie, frammentano il territorio in fasce ecologicamente disgiunte. L’intervento principe per garantire la sopravvivenza di questi ecosistemi consiste nel romperne l’isolamento mediante la realizzazione di corridoi ecologici che interrompano la continuità delle barriere consentendo alle specie animali di passare da un ecosistema all’altro. I fiumi e, più precisamente, i loro sistemi
ripari a vegetazione arbustiva e arborea, rappresentano i principali (talora gli unici) corridoi ecologici naturali ed assumono perciò un’importanza determinante per la dispersione di molte specie e per il mantenimento della funzionalità degli ecosistemi da essi attraversati. Il rispetto di fasce perifluviali ben strutturate (ampie, con essenze autoctone erbacee, arbustive ed arboree, costellate da rilievi, bassure, zone umide, ecc.) deve dunque essere un obiettivo centrale di ogni intervento fluviale nella consapevolezza del loro valore inestimabile per la funzionalità non solo degli ecosistemi fluviali, ma anche dell’ecomosaico territoriale che compone l’intero bacino. (fig 9)